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Che fine ha fatto il "nuovo evangelista"?

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Sei anni dopo, una riflessione sull’affrettata consacrazione della "Passione di Cristo" e di Mel Gibson, conferma le incertezze del punto di vista cattolico sull’arte

Nel 1964 Paolo VI, con profetica sincerità, confessava agli artisti che la Chiesa aveva bisogno di loro. Lo scorso novembre, quarantacinque anni dopo, sempre sotto lo sguardo immutabile dei volti michelangioleschi della Sistina, Benedetto XVI ha riproposto lo stesso appello. Non che in questi decenni l’invito papale fosse rimasto inascoltato, ma se è stato ribadito con nuove argomentazioni qualcosa vorrà pur dire. Il fatto  è che il rapporto tra cattolicesimo e arte resta oggi irrisolto o perlomeno problematico. Non è un caso che l’argomento ‘architettura e arte sacra’ sia tra i più scottanti e dibattuti negli ambienti culturali cattolici, comprese le stanze vaticane. ‘Le nostre chiese – ha detto recentemente l’arcivescovo Ravasi, citando il suo prediletto Turoldo, – ‘sono spesso dei garage sacrali di Dio dove è parcheggiato il fedele’. Una questione aperta, dunque, che va oltre l’incapacità di adeguare l’espressione artistica ai tempi mutati e investe l’impegnativo passaggio storico della Chiesa del post-Concilio.

Ora, secondo me, un riflesso non secondario di cotesta tensione tra vita ecclesiale e linguaggi dell’arte è rintracciabile nell’atteggiamento immaturo con cui gli operatori pastorali cattolici in genere - sacerdoti, laici, - si accostano alle arti pop per eccellenza, la musica e il cinema. Non si tratta di un ritardo rintracciabile solo in ambito religioso, la difficoltà a riconoscere un valore ‘tout-court’ culturale alle arti popolari, fumetto compreso, è un po’ una patologia italiota. Nonostante un cultore della ‘canzone’ come Renzo Arbore ne sottolinei da decenni la dimensione storica e sociale, c’è ancora chi crede che ‘siano solo canzonette’. Ma è proprio nelle parrocchie, nelle diocesi e sui mezzi di comunicazione ecclesiali che l’imbarazzo a maneggiare questa materia si fa, a volte, palese.

Ancora oggi ci si sorprende se l’Osservatore Romano dedica un articolo alla morte del più conosciuto cantante pop americano, Michael Jackson. E le divagazioni del quotidiano vaticano sui Beatles, i Blues Brothers o il Tintin di Hergé, vengono guardate con qualche riserva. In genere, l’atteggiamento di certa stampa e pubblicistica di matrice cattolica verso la produzione musicale leggera, o verso il cinema contemporaneo, oscilla comunque tra tentazioni censorie, finanche puritane, ed esperimenti, spesso un po’ forzati, di rilettura in chiave biblica o cristologica. Come, per esempio, se per parlar bene di Gaber e De André, sia necessario per forza rintracciare echi evangelici nel loro repertorio e non basti la loro arte. Per carità, si tratta di analisi critiche spesso azzeccate, come l’ottimo ‘La donna cannone e l’agnello di Dio’ di Paolo Jachia, dedicato a De Gregori, ma si avverte l’ansia di appropriarsi di artisti per così dire ‘laici’.  Come se, per evidenziare le qualità di questi, fosse necessario dimostrarne l’autentica ispirazione cristiana.

Uno degli esempi più lampanti di questa incapacità della critica cattolica di porsi liberamente, e dunque obiettivamente, di fronte a un prodotto artistico è la vicenda del film ‘The Passion of Christ’ del regista premio Oscar Mel Gibson.  Nel 2004, poco prima che la pellicola americana arrivasse nelle sale di tutto il mondo, l’autore raccontò come anni prima fosse stato sul punto di togliersi la vita, ma poi, ritrovandosi inginocchiato a chiedere aiuto, avesse avuto un’illuminazione dalla Sacra Scrittura, proclamando: “Dalle tue Sante piaghe sono stato guarito”. Dunque presentò la sua opera come frutto diretto di ispirazione divina. Uno dei più noti scrittori e giornalisti cattolici italiani – autore di numerosi best-seller – firmò un pezzo sul Corriere della Sera in cui sosteneva che sul piano tecnico, l’opera appariva di una “qualità altissima”, tanto che “i precedenti film su Gesù potranno sembrare ridotti a parenti poveri e arcaici”. E si attardò a rivelare che a Matera, sul set della pellicola, erano avvenute “conversioni, liberazioni dalle droghe, riconciliazioni tra nemici, abbandono di legami adulterini, apparizioni di personaggi misteriosi, esplosioni di energie straordinarie, figuranti lucani che si inginocchiavano al passaggio dello straordinario Caviezel-Gesù, (l’attore che impersonava Cristo) persino due folgori, una delle quali ha colpito la croce, e che non hanno ferito alcuno”.

Oggi, a sei anni di distanza, ‘La Passione di Cristo’ resta un kolossal hollywoodiano sopra le righe e sanguinolento, non privo di originalità, ma artisticamente modesto. Gibson sembra un ottimo regista da botteghino, spregiudicato promoter di sé stesso, sprovvisto però della coerenza poetica di un Dreyer, di un Pasolini, o di uno Zeffirelli, ma anche della creatività del Norman Jewison di Jesus Christ Superstar. Notiamo, ‘en passant’, che secondo le cronache più recenti l’attore e regista, in passato arrestato per guida in stato di ebbrezza, sia oggi indagato dalle autorità di Los Angeles per violenza domestica sulla sua ex-compagna. Certo, sono vicende personali  su cui è bene non speculare. Ma stanno a indicare che Gibson è forse una personalità più complessa e problematica del previsto. E dopo qualche anno, viene da chiedersi perché, in molti ambienti, anche ecclesiali, non si riuscì allora a ridimensionare subito questo film e il suo autore, sbrigativamente definito da qualcuno ‘il nuovo evangelista’.

di Fabio Colagrande | 19 luglio 2010

dal sito: vinonuovo.it


 

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