Dal Salvador lezione di laicità
| Chiesa |
La Conferenza episcopale boccia l'idea di imporre ai ragazzi delle scuole l'ascolto di brani della Bibbia per combattere la violenza delle «maras»
Lo ammetto: quando ho visto sul sito della Radio Vaticana ieri questa notizia l'ho letta due volte per essere sicuro di aver capito bene. I vescovi cattolici del Salvador - piccolo e cristianissimo Paese centro-americano - hanno chiesto formalmente al presidente della Repubblica Mauricio Funes di non promulgare il decreto legislativo 441, approvato dal Parlamento locale nei giorni scorsi, con cui si renderebbe obbligatoria la lettura della Bibbia nelle scuole.La storia effettivamente va un po' spiegata: il Salvador è il Paese che più di ogni altro si trova a fare i conti il problema della violenza delle maras, le gang giovanili che spesso arrivano a uccidere chi si oppone loro. Come fronteggiare, dunque, questo fenomeno? È evidente che la repressione non basta, occorre un'azione educativa. Così al governo è venuta un'idea: raduniamo i ragazzi prima delle lezioni nel cortile e facciamo ascoltare loro qualche brano della Bibbia. Per rendere la proposta a prova di polemica avevano previsto che la lettura fosse effettuata «fino a sette minuti prima dell'inizio delle attività accademiche senza entrare nel merito delle differenti interpretazioni dovute a differenti tradizioni religiose, settarie o confessionali». E comunque se un genitore non voleva poteva chiedere la dispensa per il proprio figlio.
Il «colpo di scena» è che sono stati proprio i vescovi cattolici a dire di no. Lo hanno fatto con una lettera pastorale che domenica scorsa è stata letta in tutte le chiese del Paese. Questo provvedimento - scrivono - «colpisce la libertà di culto sancita dalla Costituzione. In nome della Chiesa cattolica del Salvador e della società in generale chiediamo a lei, signor Presidente, di fare uso della facoltà esecutiva e dunque di porre il veto a questo decreto legislativo in difesa dello Stato di diritto e della democrazia salvadoregna». I vescovi non discutono le «buone intenzioni», ma osservano che la lettura avverrebbe «in ambienti in cui non sempre si vive in un adeguato clima di fede e senza che dopo la lettura dei brani biblici si possano fornire le dovute e necessarie spiegazioni». «Siamo molto interessati all'idea che si renda possibile la lettura della Bibbia nelle scuole - aggiungono ancora - ma non può essere un obbligo».
Voilà: in America Latina una Conferenza episcopale dà lezioni di laicità. Non guarda alla scuola come a un luogo dove ricavarsi degli spazi (e tenerseli stretti), ma ragiona in termini autenticamente educativi. Soprattutto guarda alla Parola di Dio come a un bene prezioso, non a una bandiera identitaria da tirar fuori quando non si sa più che pesci pigliare.
Vi immaginate se una cosa del genere fosse successa in Italia? Sarebbe spuntato puntuale l'ateo devoto di turno che si sarebbe stracciato le vesti per questi vescovi «deboli», «rinunciatari», che «non sanno più fare nemmeno il loro mestiere». Avrebbe Pontificato sulle derive del post-Concilio e sulla necessità di un «cattolicesimo dalla schiena dritta» (da far tenere anche ai ragazzi, beninteso).
In Salvador - Paese dalle mille devozioni oltre che bagnato dal sangue dell'arcivescovo Romero e di tutti gli altri martiri - la laicità è un valore, non un nemico dell'educazione. Forse varrebbe la pena di rifletterci un po' su.
di Giorgio Bernardelli | 13 luglio 2010
dal sito: www.vinonuovo.it


