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Donata Dalla Riva - Medici con l’Africa Cuamm

Donne

Dalla donna nasce il futuro
Prioritarie la sua emancipazione e la sua tutela

A soli trent’anni ha un’esperienza africana di tutto rispetto. Donata Dalla Riva, da tre anni è la rappresentante  di Medici con l’Africa (Cuamm) in Tanzania, uno dei sette paesi (Sudan, Etiopia, Kenya, Uganda, Mozambico e Angola gli altri) in cui opera l’ong sanitaria padovana fondata sessant’anni fa. Dopo tre anni in Mozambico, Dalla Riva ha seguito per due anni da Padova i progetti in Etiopia e in Tanzania prima di partire per Dar es Salaam.

Riguardo alla lotta contro la povertà, quali sono le principali sfide che attendono ancora l’Africa?

«La principale rimane l’emancipazione della donna, il riconoscimento del suo enorme ruolo sociale e familiare. La sua condizione riassume in sé molteplici elementi rappresentativi: la donna ci dice molto rispetto all’accessibilità e alla qualità dei servizi sanitari, visto che mette in pericolo ancora la sua vita durante la gravidanza e il parto, ma anche considerato che è lei a registrare la percentuale più alta di infezioni da hiv e a rischiare, come conseguenza della sieropositività, l’abbandono da parte del partner. Le donne accedono in misura inferiore alla scuola e hanno più difficoltà nello studio poiché devono adempiere a tutta una serie di altri compiti familiari. Durante il percorso scolastico, rischiano di essere interdette allo studio, se in attesa di un bambino, come avviene in Tanzania ad esempio. L’accesso al mondo del lavoro risulta estremamente discriminante visto che spesso alle donne vengono richieste prestazioni sessuali (transactional sex) per poter accedere a posizioni lavorative».

A che punto è il diritto all’educazione?

«C’è ancora molta strada da fare, soprattutto riguardo all’educazione civica dei propri diritti e all’accesso al mondo politico come opportunità di tutela della libertà. La società civile è molto debole, come debole è il pensiero critico. La parola d’ordine in Tanzania è “Sawa” che significa va bene, ok, l’accetto, ma in realtà non significa nulla, non è adesione all’idea, non esprime alcun parere sulla questione e risulta quindi come una sorta di “obbedisco”. Questo è uno degli aspetti con i quali non riesco a convivere qui in Africa, perchè ancora per me inaccettabile. È come se fra il mondo esterno e la persona si creasse una barriera impenetrabile. Del resto non è importante il parere personale e non conta il proprio punto di vista, basta che quanto viene ordinato venga eseguito. Parliamo allora di lotta alla povertà e di diritti umani, ma dov’è il beneficiario se non è il primo agente di cambiamento della propria condizione? Se non esprime nemmeno un parere sulla propria assenza di tutela del diritto alla salute, ad esempio? Forse dare voce a questa massa di poveri sarebbe un buon punto di partenza».

Le fasce più deboli, le donne e i bambini, hanno raggiunto qualche tutela negli ultimi anni?


«Si è fatto ancora molto poco. In ambito sanitario il governo tanzanese sta concentrando molti sforzi per il miglioramento della salute di donne, bambini e malati croni-ci tra i quali molti sieropositivi. La policy nazionale prevede l’esenzione completa per donne gravide e bambini al di sotto dei cinque anni. Chiaramente il protocollo si applica nelle strutture governative, mentre nelle strutture private (di cui la maggior parte sono non profit di proprietà delle diocesi) che rappresentano il 45 per cento e che spesso offrono maggior qualità, è di difficile applicazione per motivi di budget. I bambini sono ancora il segmento più fragile, che meno accede ai servizi sanitari, nonostante con l’esenzione qualcosa sia migliorato. Un bambino su 5 (da 0 a 15 anni) non va a scuola, in particolare l’ultimo figlio difficilmente viene mandato e quasi mai alla giusta età».

Come può la cooperazione internazionale contribuire alla consapevolezza che lo sviluppo deve partire dalla base?

«La cooperazione internazionale dovrebbe essere un catalizzatore, un momento di incontro di culture e approcci diversi e quindi di novità culturale che dovrebbe arricchire e dare impulso, ma non può essere in sé e per sé il motore dello sviluppo. C’è bisogno di consapevolezza dei beneficiari nei confronti di se stessi, della propria condizione, della differenza di possibilità tra loro e noi, dei propri diritti. La cooperazione può essere un momento di scambio di vedute, ma poi tutto deve partire dal beneficiario. A volte, lavorando qui, sono scoraggiata dalla cooperazione internazionale,
perché ritrovo una riproposizione dei propri schemi culturali che si vorrebbero calare dall’alto perché tutto sommato è più facile. Noi stessi quando siamo stanchi di questo confronto ad armi impari, cediamo alla via più rapida e facile: si fa così e non c’è discussione».
 
Fonte: La Difesa del Popolo. Martedì 13 luglio 2010

 

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