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Ezechiele Ramin

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"La vita è bella e sono contento di donarla"

ezechiele raminIl 24 Luglio 1985 a Cacoal veniva ucciso p. Ezechiele (Lele) Ramin, missionario comboniano. Aveva 32 anni. Martire della carità lo ha definito Papa Giovanni Paolo II, qualche giorno dopo la sua morte. La sua uccisione è da attribuirsi alla sua azione in difesa degli Indios Suruì e dei lavoratori della terra nello Stato di Rondonia (Brasile).
Ezechiele (Lele) Ramin nasce a Padova nel 1953. Studia al collegio Barbarigo dove prende coscienza della miseria in cui viveva una gran parte dell’umanità. Per questo organizza, sempre a Padova, il gruppo locale di “Mani Tese” e porta a termine diversi campi di lavoro per sostenere dei microprogetti. In questo ruolo lo troviamo a Monselice e a Montagnana nel ’71 e ’72.
Alla fine di quell’anno, decide di entrare tra i missionari comboniani.
Si forma a Firenze, Venegono (Va), e Chicago dove studia teologia. Fa delle esperienze pastorali tra gli indios del Sud Dakota e nella Bassa California Messicana.
Dopo l’ordinazione, deve fermarsi in Italia alcuni anni prima di raggiungere il Brasile il 20 gennaio 1984, dove è assegnato a Cacoal, nello stato di Rondonia. Qui si trova immerso nella problematica indigena della ripartizione delle terre, che prende totalmente a cuore fino al giorno del suo martirio il 24 luglio 1985, per difendere il diritto dei più deboli ad un fazzoletto di terra.


La personalità e i riferimenti di p. Lele

Nel suo modo di agire trapela un aspetto importante della personalità di Ezechiele: un giovane che sente l'urgenza e la necessità dell'azione, ma è anche affascinato dallo studio e da priorità alla conoscenza e all'analisi per programmare e dare efficacia all'azione.
A Cacoal Ezechiele si trova a navigare tra questi scogli: una situazione sociale incandescente che richiede scelte coraggiose, una comunità di confratelli che segue con apprensione i suoi impeti di generosità e dedizione, una determinazione assoluta in lui di dare tutto se stesso agli altri.
Tra le sue letture giovanili un autore lo attrae: Dietrich Bonhoeffer, il teologo protestante che aveva militato nella resistenza antihitleriana e le cui lettere dalla prigione (Resistenza e resa, Bompiani 1969) aveva tenuto a lungo sul tavolino quando era studente di teologia a Firenze. La categoria bonhoefferiana “dell'esistere per gli altri” orienta fin da allora tutte le sue scelte: la prospettiva della morte violenta è inscritta tra le possibilità del suo percorso esistenziale.
In almeno tre lettere dell'ultimo anno di vita affiorano presentimenti della sua morte: "Chissà se vi rivedrò ancora", scrive a suor Giovanna e suor Liliana e ripete ai fratelli Paolo e Antonio.
Manifesta più volte il desiderio di dare la vita per i poveri, per i fratelli a cui il Signore lo invia: sia perché, evangelicamente, perdere la vita per gli altri significa ritrovarla, sia perché è convinto che tutto quello che la semente patisce, lo patisce anche chi semina. Oltre che scriverlo lo proclama nella sua prima omelia a Cacoal. Vuole avventurarsi in una missione senza rete di protezione o calcolo di prudenza, per questo dice: “è estremamente difficile stabilire dove finisce la prudenza e iniziano l'arrendevolezza e la viltà”.

Ezechiele è fiero di servire una Chiesa che ha fatto la scelta preferenziale per i poveri, che promuove le comunità di base e si riconosce nella teologia della liberazione. Il mondo latinoamericano lo affascina da sempre: "Mi sento in sintonia con le sue angustie e le sue grandi speranze".
Quando finalmente arriva in Brasile, si schiera a fianco di quelle realtà che caratterizzavano la Chiesa brasiliana come "tutta un' altra cosa" a confronto con la Chiesa italiana: le comunità di base che promuovono la crescita integrale della persona, i senza terra che lottano per il riconoscimento dei propri diritti, gli indios che resistono all'invasione del loro habitat indispensabile alla sopravvivenza.

Lele ha fatto sue le parole di Bonhoffer: "Solo chi grida per gli ebrei può cantare il gregoriano". Solo chi alza la sua voce contro l'ingiustizia, può annunciare il Vangelo. Denunciando l'ingiustizia è però consapevole di rischiare la vita: sa bene che "non si può difendere i poveri e salvarsi", ma sa anche che non può non difenderli senza tradire la propria vocazione, il patto che ha stipulato con loro.

Ezechiele è consumato dall'ansia per la giustizia, dalla propria impotenza di fronte a tanta sofferenza: "Fa male al cuore vedere tanta ingiustizia e sapere di poter fare così poco". La giustizia è per lui una ragione sufficiente e necessaria per vivere e per morire. Perdere la vita per la giustizia è la più alta testimonianza della propria fede, della "sequela" di Cristo morto su un patibolo per salvare gli altri, e del proprio amore per gli oppressi. Nell'ultimo secolo la maggior parte dei martiri è morta non per testimoniare la fede, ma per difendere e testimoniare i valori della libertà e della giustizia con loro.


Frasi, detti di Lele

"Qui molta gente aveva terra, è stata venduta. Aveva casa è stata distrutta. Aveva figli, sono stati uccisi. Aveva aperto strade, sono state chiuse. A queste persone io ho già dato la mia risposta: un abbraccio".
"Ho la passione di chi segue un sogno Questa parola ha un tale accoramento che se la raccolgo nel mio animo, sento che c'è una liberazione che mi sanguina dentro.. Non mi vergogno di assumere questa fratellanza. Uomini buoni o no, generosi o no, fedeli o no, rimangono fedeli. Noi siamo nel linguaggio del Signore".
"Amo molto tutti voi e amo la giustizia. Non approviamo la violenza, malgrado riceviamo violenza. Il padre che vi sta parlando ha ricevuto minacce di morte. Caro fratello, se la mia vita ti appartiene, ti apparterrà pure la mia morte".
"Dopo che Cristo è morto vittima di ingiustizia, ogni ingiustizia sfida il cristiano".
"Sto camminando con una fede che crea, come l'inverno, la primavera. Attorno a me la gente muore, i latifondisti aumentano, i poveri sono umiliati, la polizia uccide i contadini, tutte le riserve degli Indios sono invase. Con l'inverno vado creando primavera. I miei occhi con fatica leggono la storia di Dio quaggiù". La croce è la solidarietà di Dio che assume il cammino e il dolore umano, non per renderlo eterno, ma per sopprimerlo. La maniera con cui vuole sopprimerlo non è attraverso la forza né col dominio, ma per la via dell'amore. Cristo predicò e visse questa nuova dimensione. La paura della morte non lo fece desistere dal suo progetto di amore. L'amore è più forte della morte".  
"La vita è bella e sono contento di donarla".


Una cosa vorrei dirvi.
E’ una cosa speciale per coloro
che sono sensibili alle cose belle.
Abbiate un sogno.
Abbiate un bel sogno.
Seguite soltanto un sogno.
Il sogno di tutta la vita.
La vita che è un sogno è lieta.
Una vita che segue un sogno
si rinnova di giorno in giorno.
Sia il vostro un sogno che miri a rendere liete
non soltanto tutte le persone,
ma anche i loro discendenti.
E’ bello sognare di rendere felice tutta l’umanità.
Non è impossibile


Fonte: www.giovaniemissione.it

 

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