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La grande domanda

“Si può discutere sull’esistenza o sulla non esistenza di Dio, ma non si può non convenire che con Lui o senza di Lui cambia tutto, perché senza Dio l’uomo sembra smarrire il senso di se stesso”. Lo ha detto il card. Camillo Ruini, presidente del Comitato per il progetto culturale della Cei, intervenuto nel pomeriggio dell’11 marzo alla presentazione a Roma del volume “Dio oggi. Con Lui o senza di Lui cambia tutto”, edito da Cantagalli e frutto dell’omonimo convegno internazionale che si è svolto nella capitale dal 10 al 12 dicembre 2009 per iniziativa dello stesso Comitato. Il libro raccoglie gli interventi tenuti nelle quattro sessioni plenarie dell’evento. “Occorre parlare di Dio se vogliamo parlare dell’uomo - ha affermato Sergio Belardinelli, sociologo dell’Università di Bologna introducendo l’incontro -, e si tratta di un tema certamente decisivo in un tempo ‘spaesato’ quale il nostro”.

Quale atteggiamento verso l’uomo? “Non ci sono né possono esserci vie scientifiche che conducono a Dio – ha osservato ancora il card. Ruini -; al tempo stesso non ve ne sono a sostegno della Sua negazione”, e se i cosiddetti “maestri del sospetto (Feuerbach, Marx, Nietzsche e Freud) hanno ricondotto Dio ad una proiezione del nostro desiderio”, quest’ultimo si può interpretare come “indizio” dell’apertura dell’uomo verso l’unico “Assoluto in grado di colmare la sua non autosufficienza”. “Qual è oggi lo stato di salute o il grado di infermità della fede in Dio?” si è quindi chiesto il porporato, secondo il quale “credere o non credere costituiscono due possibilità tra le quali chiunque è chiamato a scegliere, anche il sacerdote”, ma “l’opzione vera” riguarda “la fede in un Dio infinitamente superiore all’uomo” dinanzi al quale “ha un senso inginocchiarsi”. La fede, in altri termini, “non è solo credere che Dio esista, bensì credere che Dio si è rivolto personalmente a me”. Se invece con la parola “Dio” intendiamo “genericamente una realtà originaria – ha precisato il presidente del Comitato Cei – non si può più parlare di fede; tutti sono costretti ad ammetterne l’esistenza giacché dal nulla non può provenire nulla”. La “grande domanda – ha concluso – non è dunque quella sull’esistenza di Dio, ma quella sul Suo atteggiamento verso l’uomo”.

I “cinque volti” di Dio. E un’altra “grande domanda” è: “Quale Dio?”. A porla è mons. Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio consiglio della Cultura, secondo il quale “la presenza di Dio all’interno della società contemporanea è molto più attestata di quanto si immagini”, ma si tratta di un Dio “dai cinque volti”. Anzitutto “quello che l’Esodo chiama ‘il Dio d’oro’, che si impersona nei diversi idoli che fanno da sfondo ai nostri giorni, indifferenti e in fondo non particolarmente incisivi”. Ma vi sono anche “quello che Paolo definisce ‘il Dio sconosciuto’, il Dio oscuro dell’esoterismo e della New Age”; e “il Dio nascosto” di Isaia, “tanto caro a Pascal, che racchiude in sé una profonda carica di metarazionalità”. Per quest’ultimo, ha precisato mons. Ravasi, “non si possono impiegare le categorie della filosofia” ma occorre “un altro canale di conoscenza, quell’intelligenza più ampia che è il canale di conoscenza della fede”. Un passo ulteriore conduce al “Dio che è luce” della Prima Lettera di Giovanni: un Dio che, spiega il presidente del dicastero vaticano, “si rende visibile attraverso l’analogia con la bellezza e la grandezza del mondo” o quella “con la Parola che diventa lo strumento fondamentale che Egli adotta per svelarsi”. Infine il “Dio che è amore”, della stessa Lettera giovannea, sottolinea “in modo particolare - avverte mons. Ravasi -, la dimensione della personalità di Dio come di un interlocutore che entrando in dialogo con le creature diventa sempre più un volto”.

Il “Cortile dei Gentili”. “Dio si fa carne in Cristo, cioè uomo che soffre e sperimenta la lontananza e il silenzio di Dio; diventa così l’anti-Dio assoluto – osserva il relatore -, e non ci salva in virtù della sua onnipotenza, ma in virtù della sua impotenza”. Questo Dio, sottolinea mons. Ravasi, “è forse un po’ meno ‘morto’ di quanto si sia a lungo creduto”. Per questo il presidente del Pontificio Consiglio della Cultura rilancia il progetto di costituzione della Fondazione "Il Cortile dei Gentili", ispirato allo spazio del tempio al quale avevano accesso tutti i popoli, non solo gli Israeliti, per pregare il loro Dio, e “auspicato” da Benedetto XVI nel suo discorso alla Curia romana in occasione degli auguri per lo scorso Natale. Con questa iniziativa, “che dovrebbe debuttare dopo l’estate, probabilmente a Parigi”, intendiamo “avviare un dialogo serio e articolato con il mondo della non credenza”, un universo “dalle mille iridescenze e dalle profonde attese”, anch’esso “alla ricerca di senso” spiega mons. Ravasi. Citando al riguardo gli accorati versi del poeta non credente Giorgio Caproni, scomparso nel 1990: “Ah, mio dio, mio Dio, perché non esisti?”, il passaggio “dalla d minuscola alla D maiuscola – conclude l’arcivescovo – sembra sottolineare la necessità dell’esistenza di Dio”.

Volume su convegno Cei 
Riflessioni  card. Ruini e mons. Ravasi

Agenzia SIR - 11 Marzo 2010
 

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