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Dio nel quotidiano

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Quasi tutti veniamo da una cattiva o se non altro ambigua educazione alla preghiera. Purtroppo, dobbiamo confessarlo, fin da piccoli fummo educati a «dire preghiere», meno, molto meno, a «stare davanti a Dio». Educati a dire parole nella preghiera, con il conseguente inganno di pensare che dal numero delle preghiere sia misurata la religiosità di ciascuno di noi. Eppure Gesù aveva detto: “Pregando, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate” (Mt 6, 7-8). Educati a dire parole, meno a stare faccia a faccia con Dio. Puoi stare con Dio, senza parole, respirando nel silenzio la sua presenza. Chi di noi si sentirebbe di mettere in dubbio l’intensità del tempo consumato in silenzio dagli innamorati, abbracciati l’un l’altro, senza parole?


Respirare la presenza dell’altro è condizione ineludibile perché le parole e i gesti, anche quelli religiosi, anche quelli che riempiono le chiese, non siano casa vuota, ma siano parole, siano gesti abitati.
Tra i libri della cella dove ho soggiornato, a Bose, mi ha incuriosito per il suo titolo, un capitolo di un libro di Anthony Bloom, metropolita della chiesa ortodossa russa. Il titolo dice: Sferruzzando davanti a Dio. “Ricordo che una delle prime persone che venne a chiedermi consigli dopo che ero stato ordinato presbitero fu una vecchia signora che disse: ‘Padre, ho pregato quasi incessantemente per quattordici anni, e non ho mai avvertito la presenza di Dio’. Allora le dissi: ‘Gli ha dato una chance di proferire anche solo una parola?’. ‘Oh no’ mi disse, ‘ho parlato io per tutto il tempo, non è forse questa la preghiera?’. Le dissi: ‘No, non penso che lo sia, e quel che le suggerisco è di mettere da parte quindici minuti ogni giorno, restando seduta a sferruzzare davanti al volto di Dio’. E così fece. Con quale risultato? Presto venne da me e disse: ‘È straordinario, quando prego Dio, in altre parole gli parlo, non sento nulla, ma quando mi siedo nella calma, faccia a faccia con lui, allora mi sento avvolta dalla sua presenza’. Non sarai mai in grado di pregare Dio realmente e con tutto il tuo cuore, se non impari a tacere e gioire a causa del miracolo della sua presenza, o se preferisci, del tuo stare faccia a faccia con lui anche se non lo vedi” (La preghiera giorno dopo giorno, Edizioni Qiqajon).
Ancora una volta a Bose, col fiato trattenuto, nella chiesa delle origini, dove ora è custodito il pane del volto di Dio, mi seducevano le ombre, il Cristo della Croce, l’altare di pietra, il cero adorante, ma insieme mi seduceva una piccola striscia di colore che, filtrando da vetri colorati, pulsava, come avesse un cuore, sul nudo pavimento.
Stare come la striscia davanti a Dio. Stare con Dio nella vita di ogni giorno, questa è la sfida. Nella vita che è sferruzzare, sferruzzare il quotidiano: i bambini che piangono nella casa, il telefono che chiama e tu sei ai fornelli, la sveglia che suona, il bagno sempre occupato, le auto in colonna, stare uno sull’altro nella metropolitana, la crisi del figlio, la notizia del terremoto, l’abbraccio infinito e quello negato.
Noi, in giornate orfane della campanella dei monaci, chiamati a inventare nuovi modi di stare davanti a Dio, non in fuga o a dispetto della vita, ma interpretando la vita. Una preghiera non contro i ritmi quotidiani, ma secondo i ritmi del quotidiano.
Penso al moto di genialità che portò in tempi antichi a inventare la preghiera di Gesù. Ci si era accorti che il ritmo fondamentale, quella musica che ci portiamo dentro è il respiro. E nacque così l’invocazione: “Signore Gesù, Figlio di Dio, abbi pietà di me”, preghiera da modulare secondo il ritmo del respiro.
E se oggi scoprissimo altri ritmi e su quelli inventassimo il nostro stare davanti a Dio e diventasse questa un’arte da passarci gli uni gli altri?
Ci sarebbe, io penso, da comporre un libro e sarebbe vivo, di sangue, non di Preghiere slavate, come succede spesso a libri che riportano preghiere ecclesiastiche scolorite, preghiere per i fidanzati, per i genitori, per i figli, per una morte, per una nascita, dove le parole sono pallide, spesso filtrate non dalla vita, ma dai documenti.
Modulare la preghiera nella vita. La preghiera nel ritmo di una madre che sta con Dio mentre culla il bambino e, cullando, chi sa, nel cuore vada mormorando parole del Primo Testamento: «Può forse una madre dimenticare il suo piccolo? Anche se fosse, dice Dio, io non mi dimenticherò di te». O la preghiera della donna mentre sta affaccendata ai fornelli. Chi sa che nel cuore non culli la memoria del Gesù della brace. Brace accesa sulle sabbie estasiate del litorale e pesce arrostito a ristoro di discepoli da una notte di pesca sul lago.
Stare con Dio, chissà, nella colonna ferma insofferente, in attesa di un evento che schiuda, e avvertire nel segreto un’attesa ancora più radicale, l’attesa della venuta del Signore.
Stare con Dio quando esci di casa o quando ritorni e nel cuore il riaccendersi delle parole del salmo:
“Il Signore è il tuo custode e la tua ombra, il Signore custodirà il tuo entrare e il tuo uscire” (Sal 121). Stare con Dio quando ti trema il cuore e più non sai né chi sei né dove vai, lontano da chi, lontano da dove? E il salmo a rassicurarti che nella più lontana delle lontananze Dio ti attende, lui che “ti ha plasmato nel più profondo, ha creato le tue viscere, ti ha tessuto nel seno di tua madre” (Sal 139).
in "Oreundici" del febbraio 2010

 

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